venerdì 15 aprile 2016

Mama Africa.

La riconobbi subito dall’odore
prima che con gli occhi
dal sapore di muschio e morte,
sangue e fatica,
dal fetore degli stracci sporchi e laceri
addosso ai bambini
agli angoli delle strade
come piccoli sacchi d’immondizia.
Poi dalla vampa di calore,
dalla luce bianca e immensa,
dalla sete e dalla polvere
di mille anni,
che entra nel naso
e fa bruciare gli occhi
a me che ho già solo voglia di piangere.
Guardo il panorama, cerco nuove emozioni,
dopo tanti anni mi sento,
per la prima volta,
a casa mia.
Poi ancora il caldo, la luce mi abbaglia,
la vampa d’agosto
che i miei scuri occhi distratti
trafigge.


8 gennaio 2010.

Gli anni di corsa.

Passano di corsa
gli anni discontinui,
travolgono con nuova forza
le parole, i sogni, i miei pensieri,
ogni solo momento a perdifiato
di questa sciagurata esistenza.
Passano di corsa
i giorni affannati
che mai fanno ritorno
portando via ricordi lontani
di momenti forse felici.
Passano di corsa
anche le parole, quelle che ho letto
tutte quelle che non ho mai scritto,
tutte quelle che mi sono morte dentro,
che non ho saputo dire
affogato in questa porca vita
che sa di fango, morte, merda …


30 dicembre 2009


giovedì 14 aprile 2016

L’accattone.

Come in un film
muto e in bianco e nero
s’inseguono rapidi e pensosi
i miei momenti andati,
gli anni persi per la strada,
gli anni passati senza memoria,
quelli in cui ricordo
solo ch’ero ubriaco
e tutti quei giorni
con la bottiglia in mano
e poi a pisciare
in qualche angolo puzzolente di via.
I giorni e gli anni
che non sono andato in nessun luogo,
che ho smesso di essere
padre e figlio e uomo,
gli anni umiliato e vagabondo,
accattone di vita e sentimenti.
Gli anni smarriti
a guardare le foglie
spazzate via dal vento,
quelli senza più salutare nessuno,
quelli che ho preso vacanza dalla mia vita,
tutti i giorni e tutti gli anni
che rivorrei indietro
ora che ho i capelli bianchi
e ancora voglia di fare capriole.


29 dicembre 2009

La notte.

Venne la morte e chiese di me
“Ancora non vengo” le dissi
lei si sedette a me vicino
e lì è rimasta per anni,
dormiva con me,
mangiava con me,
beveva insieme a me,
parlava con me.
E la notte mentre dormo
mangia di me e beve di me,
mi entra nel cervello,
entra nel mio cuore,
mi rompe il fiato in gola,
mi afferra per i fianchi,
si struscia poi, vogliosa,
come l’amante al suo innamorato.


28 dicembre 2009

martedì 12 aprile 2016

Trent’anni dopo.

Oh, io lo so come ti ho amata
e quanto ancora avrei potuto amarti,
ma tu passavi ormai
e sfioriva il mio sogno.
Prendesti la tua strada
col vento sulla schiena
e i capelli scossi intorno,
io, i pugni freddi stretti in tasca,
piangevo le lacrime
della mia giovinezza
che finiva col mio amore.
Finisce la vita pensai,
oppure credetti …
ed anch’io andai per la mia via,
la più lunga e dolorosa
che ho trovato.
Sono passate le stagioni
e gli amori, e gli anni e le città,
e le mogli ed i figli, sono passati
i tormenti e gli inganni
e le illusioni e la guerra nel mio cuore.
Ti ho rivista seduta nel nostro caffè
Mi chiedesti se scrivevo ancora
“Per me solo ormai” ti ho detto.
Ora lo so quanto ti amai
e quanto ancora avrei potuto amarti.
Ma questo non è più il tempo.




28 dicembre 2009
Mamma.

Una donna,
la mano sul volto,
la vedo piangere
il dolore
d’essermi madre.




28 Gennaio 1985
A mia nonna.

C’è pure un momento
a guardarla,
la faccia nascosta
tra le mani,
in cui sembra felice,
lei che ha vissuto
la tempesta
in ogni suo giorno.




Inverno 1983.
Primi di marzo.
 
I pugni in faccia
di un gelido vento,
l’alito
ancora freddo
dell’imminente primavera
in quei giorni,
bui come piombo,
a farmi compagnia.


Piazza S. Maria Novella, Febbraio 1983.
Estate.

E’ estate
radiosa,
come dentro il mio cuore,
momento di corse a perdifiato
fin dove arriva l’occhio
a fissare l’orizzonte.
E’ estate,
focosa,
come la fiamma
che crepita tra i bronchi,
come il mio lento sospirare
nel verde bruciato
di un prato
coperto di stoppie.

 
Giugno 1982.
Era d’estate.
 
Mi fermo un poco
ad annusare
un azzurro
spruzzato
di bianche nuvole.
Immerso,
nell’arido respiro
dell’estate
ascolto,
fragili,
frinire le cicale.


 
Giugno 1982.

lunedì 11 aprile 2016

La strada che ho scelto.

La strada che ho scelto, in questo frastuono assordante che mi perseguita, è quella di seguire quello che riesco a vedere con la mia anima.
La mia parte migliore.
Sono solo parole, ma raccontano tanto di me, di cosa provo e di cosa ho provato.
Le mie parole, le mie poesie che affiderò alle pagine virtuali di questo blog, partendo dalle più vecchie, scritte quando ero poco più di un bambino, per arrivare a quelle che, ancora oggi continuo a scrivere, non appena i miei occhi vedono oltre qualcosa, non appena sento il fiato spezzarsi in gola per una qualche sensazione che mi sovrasta, ogni volta che qualcosa di indefinito dentro  mi spinge a prendere carta e penna.